L'ecofemminismo è stato presente sul vecchio sito di ecologia sociale fino al     novembre 2009 poi ha creato un suo blog                                                                           http://web.archive.org/web/20160809203527fw_/http://ecologiasociale.org     /pg/dum_aggiornamenti_indice.html​

 

  http://web.archive.org/web/20160411145107/https://dumbles.noblogs.org/

 https://dumbles.noblogs.org/ attivo fino a febbraio 2018

Guardando a Salvini

che agita rosari e bacia crocifissi, ci è venuta in mente una locandina del 2014 usata in Spagna nella protesta delle donne contro il divieto di aborto: “ Basta de rosarios en nuestros ovarios”....

El Capitan infatti, affidando l'Europa “all'immacolato cuore di Maria”, porterà a quel parlamento, anche i “valori della vita”, che parlando di lui, sappiamo già quali sono.

Ci siamo rimaste male; pensavamo, stando anche ai sondaggi, che dopo il caso Siri e tanta ostensione di rosari, spudorate e grottesche invocazioni di santi e madonne, nell'opinione pubblica, ci fosse, se non proprio nausea, almeno un po' di fastidio per tanta strumentalità e di conseguenza una flessione nel voto.

Invece no. Invece piace.

E noi ci chiediamo perchè.

Sappiamo che inoculare paura (del diverso, dell'estraneo, dell'essere vittime di qualcuno o qualcosa...) ha pagato in termini di consenso ed ha dato il via a campagne securitarie che si traducono ovviamente in maggior controllo politico/poliziesco.

La paura è un sentimento antico ed è in parte anche uno dei fondamenti del sovranismo se inteso come antitesi alla globalizzazione, alla negazione della priopria identità per il mescolamento di diversità umane e culture.

Ma le simbologie religiose, perchè hanno ancora uno spazio di azione così potente sulle menti di una società secolarizzata dove nemmeno i credenti vanno più a messa ed i preti sono in via di estinzione?

Certo, assistiamo frequentemente alle “guerre” per il crocefisso o per il presepio e sappiamo che sono simboli agitati per differenziare in negativo chi non ce l'ha o chi non lo vuole.

Forse prendere le mosse da lì per capire che in questo caso, anche il rosario è uno strumento di identificazione e coagulazione interna, contro il “nemico” esterno.

Ci viene in mente allora l'ultimo libro di Franco Fabbro: “Identità culturale e violenza – neuropsicologia delle lingue e delle religioni” (con il quale avremo peraltro occasione di un reincontro a breve) dove appunto si scrive che i fenomeni religiosi presentano numerosi aspetti in comune con il linguaggio; la religione sta impressa nel cervello, come la lingua madre, con tutti i suoi riti, preghiere, racconti mitologici, sacerdoti... e, come la lingua, serviva/serve alla coesione interna ed allo stesso tempo alla differenziazione verso l'esterno, gli altri.

L'altro gruppo, l'altro popolo, l'altro possibile nemico.

Quando ci chiediamo perchè è così facile far presa con simbologie religiose forse dovremmo risponderci che è facile risvegliare atavismi di specie strutturati per necessità e funzioni evolutive e rimasti lì senza essere rielaborati da una cultura in grado di smarcarsi da questa zavorra.

D'altra parte, che dovremmo dire guardando a Sgarbi che sbraita “In hoc signo vinces” riferito a Salvini, ricordando l'epopea dell'imperatore Costantino?

Quella cosa lì di Costantino l'imperatore cristiano illuminato da Dio, ce lo insegnavano anche a noi nelle elementari (fine anni 60) perchè la costruzione mitologica sempre continua.

Poi c'è una storia non ufficiale che disegna Costantino, il santo cristiano che uccide l'amico, il figlio e poi la moglie, bollita nell'acqua termale.

Ma la storia non mitologizzata, l'altra storia, quella non addomesticata, bisogna cercarla, studiare...., una corona di domande piuttosto che la corona del rosario.

Questo dovrebbe restare uno dei tanti strumenti della religione per entrare in contatto con la parte spirituale, se non un buon metodo di rilassamento e respiro; non di soffocamento delle aspirazioni delle libertà, ad iniziare da quelle religiose, anche di chi, come noi è senza Dio.

Il seguente scritto era stato pensato per il numero 128 di "Germinal - giornale anarchico e libertario". La redazione ha sollevato problemi di spazio relativamente alla sua pubblicazione perciò l'articolo è stato ritirato.

FEMINA Sapiens

Uscire dall'antropocene

Siamo tutt* figl* di Lucy (1), ma la specie è Homo.

Homo sapiens sapiens è la definizione tassonomica dell'uomo moderno.

La tassonomia è una curiosa cosa da uomini.

Londa Schiebinger (2), per esempio, si chiede come mai i mammiferi furono chiamati mammiferi- mammalia.

Perchè l'avere mammelle, cosa propria solo del genere femminile delle specie, che peraltro producono latte solo per il periodo dell'allattamento, diventa la caratteristica unificante di tutti gli animali pelosi a sangue caldo? Perchè non “Pilosa” per esempio? O altre caratteristiche comuni ad ungulati, bradipi, pipistrelli, lamantini e scimmie come il cuore a quattro camere?

Perchè l'icona della mammella incarna la visione della natura dell'Europa del diciottesimo secolo, apre la strada al pensare le femmine in termini di sessualità e sottolinea la caratteristica delle donne: madri e nutrici.

D'altra parte Linneo il classificatore, come fisiologo e padre di sette figli, per lungo tempo riverì il seno materno mentre dottori e politici lodavano le virtù del latte di mamma.

Un breve esempio per dire che la lingua disvela, la lingua nasconde; dipende da come la si intende.

Anche la parola Anthropocene.

Quella che il biologo Stroemer ed il chimico Crutzen (3) hanno proposto come nome della nuova era geologica nella quale l'essere umano e la sua attività hanno apportato indelebili modifiche al pianeta identificabili a livello stratigrafico.

Una nuova unità di tempo geologico che nondimeno si può misurare anche da un punto di vista naturalistico sistemico considerando il consumo dei prodotti primari e dell'acqua, l'uso del suolo, l'impatto su mari e fiumi, la pesca intensiva, l'alterazione della sua composizione chimica, l'impatto sugli ecosistemi, la riduzione di biodiversità, distruzione habitat, inquinamento biologico, l'impatto sulla biosfera, il peso demografico, gli allevamenti intensivi, l'impatto sul clima, le emissioni gas serra, le estinzioni [6a estinzione di massa].

Da Anthropos: uomo (dal greco).

Scrive Stefania Barca (4) che però quella dell'antropocene è una narrazione politica, razzista, eurocentrica.

Perchè l'umanità che ha determinato gli enormi cambiamenti citati non è mai stata un unicum omogeneo; è invece composta da uomini e donne, paesi ricchi e paesi poveri, colonizzatori e colonizzati … quindi da una parte che ha sicuramente maggiori responsabilità, tutte coagulate nella triade che ben conosciamo di capitalismo/neocolonialismo/patriarcato.

Un sistema consolidato che pur tentando di trovare soluzioni ecologiche attraverso l'innovazione tecnologica rimane avviluppato nella stringente logica del profitto che continua ad aumentare disuguaglianze, ingiustizia, sopraffazioni e non può certo mettere fine allo sfruttamento del pianeta finchè rimane animato dall'impulso alla crescita infinita.

Se si vuole risolvere il problema, perciò, bisogna capire da dove il problema nasce.

Se il problema è nel sistema, bisogna cambiare il sistema.

Poichè nella triade capitalismo/neocolonialismo/patriarcato è sempre incarnato il dominio dell'uomo sull'uomo, sulla donna, sulla natura, ancora oggi, è importante che vengano alla luce e prendano parola i soggetti dominati.

Da questo punto di vista, il “genere”, per le epistemologie femministe, è stata una categoria di analisi privilegiata.

Oggi, il femminismo intersezionale, transfemminista, queer, mette ancora meglio a fuoco e connette tutte le differenze e le discriminazioni che le persone subiscono non solo per genere ma anche per etnia, classe, orientamento sessuale ecc.

Il sistema che sul piano ecologico sta portando il pianeta verso la catastrofe ambientale, sul piano sociale continua inevitabilmente a regredire proponendo modelli di società ancora più grezzi ed ingiusti. Abbiamo toccato con mano da poco a Verona – dichiaratasi “Città per la Vita” - l'indietro tutta con il Convegno internazionale sulla famiglia che ha visto presenti i peggiori rappresentanti del genere del pianeta.

La lotta di rivendicazione, di ribellione, sostanzialmente di autodeterminazione che si sta conducendo, per non arenarsi sulle secche istituzionali come accadde a gran parte del femminismo degli anni 70-80, dovrebbe evolvere nuove prospettive.

Saprà il movimento Non una di meno, che coagula le tante diversità delle donne riprendere vecchie lotte puntando all'autodeterminazione dei soggetti costruita fuori dell'interlocuzione istituzionale?

Al tempo la risposta.

Sappiamo però, per quanto ci riguarda, che nell'epoca dell'antropocene, nuove prospettive non possono prescindere da una riflessione sulla nostra dimensione/collocazione/relazione nella natura.

La natura del problema

C'è un'altra espressione del femminismo che qui ci interessa citare: Lo Xenofemminismo che, in merito non ha dubbi: “se la natura è ingiusta cambiala!”. Così dice il manifesto xenofemminista del collettivo Laboria Cubonix del 2015 (5).

La prospettiva proposta è “trascendere la natura attraverso la tecnologia” per un miglioramento accelerato in un divenire tecnomaterialista-anitinaturalista e di abolizione del genere.

la biologia non è il destino, perchè la biologia stessa può essere trasformata con la tecnologia e dovrebbe essere trasformata per poter perseguire la giustizia riproduttiva e la trasformazione del genere in senso progressista” (6).

Scrive Firestone: “ogni fatto della natura che viene compreso, può essere usato per alterarla” (7);

Di fatto, quanto enunciato da Firestone, già avviene; non avremmo OGM (8) o tecnologie CRISPR (9) o tante altre cose, altrimenti.

Il fatto però è che, se ci troviamo in queste ambasce da conto alla rovescia sul futuro, la natura è stata compresa malamente e, ancora più malamente alterata.

La comprensione delle leggi fisiche che hanno portato al motore di Carnot ed alle sue scorie di combustione che ci stanno soffocando, è avvenuta senza che ancora fossero sufficientemente comprese le macchine della natura come il clima terrestre “macchina complessa ...azionata da fotoni solari” e la biosfera, “macchina supercomplessa produttrice perenne di organismi, azionata dai fotoni solari nell'interfaccia fotosintetica con il motore di Calvin” (10) (11) e mantenuta da tutta la catena trofica con il motore di Krebs(12).

C'è una differenza fondamentale in questi motori; l'essere o meno in un ciclo. Vi è un ciclo congiunto fra biosfera e sfera inorganica; la dinamica è autorigenerante. La specie umana, invece, preleva energia da riserva e crea accumulo di scorie (13). Rompe il ciclo.

E perciò, il tecnomaterialismo delle “figlie disobbedienti di Donna Haraway”, come le xenofemministe si definiscono, la loro fiducia nella tecnologia, che è scontro caotico fra denaro, conoscenza, etica, ci porta fuori dall'antropocene?

Probabilmente no.

Piuttosto, è ancora Donna Haraway e altre che invece, ci aiutano a trovare dei riposizionamenti per guardare ad

Una via di uscita

Haraway propone di riconsiderare la natura e se stess* in un unicum evolutivo e fecondo che lei chiama sum-poiesi ...”gli esseri – umani o no – si formano l'un l'altro, componendosi e decomponendosi a vicenda, in ogni scala e registro di tempo e cosa, in grovigli sympoietici, nel mondo terreno e non...” (14) E' il ritorno ad essere dentro un ciclo, fuori dall'antropocene, dentro la poetica definizione di Chthulucene (da khthôn e kainos) per “riconoscere e rinnovare costantemente la simbiosi.

E, a proposito di coesistenza e compenetrazioni, come non ricordare Lynn Margulis e la sua teoria evoluzionistica sull'endosimbiosi appunto, l'evoluzione attraverso la cooperazione di organismi diversi che si scambiano informazioni aumentando le performances per vivere in ambienti diversi... scambi fra nature e fra culture... potremmo dire, tanto per rapportare a noi.

E poi noi chi? Non siamo forse 'individui' esistenti all'interno di fenomeni cioè relazioni materializzate/materializzanti in continua riconfigurazione intra-attiva, come scrive KarenBarad, fisica quantistica e teorica femminista?

Di Barad il cui interessante pensiero (15) non si può certo descrivere qui; riprendiamo l'approccio ontologico ed epistemologico che demolisce e “mette in discussione qualsiasi binomio, in primis quello di organismo-ambiente,comunemente inteso nella relazione individuo-contenitore, entrambi classificabili attraverso tassonomie fisse” (16).

… e siamo tornati alla tassonomia.

Ma dopo aver reimpastato la nostra esistenza con le creature sotterranee non visibili del mondo ctonio di Haraway, dopo aver preso atto che siamo chimere composte da un insieme di esseri così, come visto da Margulis e dopo che ci sentiamo esseri dentro intra-azioni in entanglement che sono relazioni vincolanti – tracce aggrovigliate di alterità... ricordando che “differenziare è un atto materiale che non ha a che fare con una separazione radicale, ma al contrario con una creazione di legami e di responsabilità (17) secondo Barad...

Dopo questo riposizionamento, la tassonomia si dissolve, i confini scompaiono, e noi siamo sempre parte della natura che tentiamo di comprendere. La nostra ontologia.

Il femminismo di oggi, nelle sue diverse propensioni ed interpretazioni; quello che noi chiamiamo “ecofemminismo in tutte le sue declinazioni, può forse trovare in questo un punto di ri-partenza anche per tutte le rivendicazioni e le lotte che ancora e ancora occorre intraprendere per affermare la propria autodeterminazione. … “In sintonia con l'organismo” insomma, per citare ancora un'altra scienziata femminista, anzi due: Evelyn Fox Keller che parla di Barbara McClintok (18).

Femina sapiens sapiens nella tassonomia non esiste e in ogni caso ha poca responsabilità, ma molte propensioni per fare la differenza nel trovare la strada giusta.

NOTE

1) Australopithecus afarensis, specie estinta di ominide, esemplare femmina, scoperto nel 1974 in Etiopia. Datato a 3,2 milioni di anni fa.

2) Londa Schiebinger: “Nature's Body: Gender in the Making of Modern Science” citato in Richard Grusing Editor: “Anthropocene Feminism” University of Minnesota Press, 2017

3) https://it.wikipedia.org/wiki/Antropocene

4) http://www.iaphitalia.org/stefania-barca-lantropocene-una-narrazione-politica/

5) Helen Hester “Xenofemminismo” Nero Ed. 2018

6) Hester, op. cit. pg. 29

7) Hester, op.cit. pg. 2

8) https://it.wikipedia.org/wiki/Organismo_geneticamente_modificato

9) https://it.wikipedia.org/wiki/CRISPR

10) Luigi Sertorio, Erika Renda: “La mappa del denaro” Aracne Editrice, 2018 -pg. 114

11) https://it.wikipedia.org/wiki/Ciclo_di_Calvin

12) https://it.wikipedia.org/wiki/Ciclo_di_Krebs

13) Sertorio, Renda, op.cit. pg. 176

14) http://www.kabulmagazine.com/pensare-affabulando-simbiosi-e-intra-actions-benvenuti-nello-chthulucene/

15) Karen Barad: “Performatività della natura” Edizioni ETS, 2017

16) http://www.kabulmagazine.com/pensare-affabulando-simbiosi-e-intra-actions-benvenuti-nello-chthulucene/

17) Barad, op. cit. pg. 146

18) Evelyn Fox Keller “In sintonia con l'organismo- la vita e l'opera di Barbara McClintok”, Castelvecchi, 2017


 

QUELLA VOCE DELLE DONNE – onde sonore fuori dal palazzo

Sulla suggestione dell'incontro con Sainkho artista della Repubblica di Tuva (Repubblica autonoma dell'attuale Federazione Russa, bioregione della Siberia centromeridionale, ai confini con la Mongolia), cantatrice della tradizione sciamanica, maestra del canto armonico, creatrice di mescolanze fra suoni antichi e tecnologici, ci è tornato in mente un testo di Adriana Cavarero: “A più voci – filosofia dell'espressione vocale”*.

In quel testo si richiama, a sua volta, un racconto di Italo Calvino nel quale si narra di un re che siede immobile sul trono assediato dalla logica del suo stesso potere che lo costringe ad un' unica attività: il controllo acustico del regno.

Una vigilanza uditiva costante per captare i suoni che si diffondono nelle stanze del palazzo (e della politica) e per discernerli come suoni del sospetto, dell'assedio, del complotto; sono suoni freddi, vitrei; come la morte è il suono del potere emesso dalle gole della corte, non più capaci di raccontare l'organo e la storia dal quale provengono. Sono suoni, pur senza parole, codificati negli spartiti del dominio.

Non sono “l'ugola, la saliva, l'infanzia, la patina della vita vissuta, le intenzioni della mente, il piacere di dare una propria forma alle onde sonore...”Poi, nel racconto, da fuori del palazzo si ascolta il canto di una voce di donna, un canto emesso dalla vibrazione di “una gola di carne”... fuori dalla politica, dal potere, dentro un corpo che vibra con l'aria che lo attraversa e che modula l'aria dalla quale è attraversato.

Di Sainkho si scrive: Tutta intessuta di luce, di spazi, di tempo, la voce della siberiana Sainkho ha caratteristiche timbriche che la rendono unica. Limpida come acqua di sorgente, spazia dai suoni acuti a quelli piu' gravi con un'estensione prodigiosa, acquista singolare intensita' per improvvisi cambiamenti di vibrazioni, alterna trasparenze a toni densi e scuri e con un effetto sbalorditivo, si effonde con una doppia emissione di toni uniti fra loro da un legame armonico.

E' in questa descrizione che ci viene in mente la donna che canta fuori dal palazzo.

Un canto non necessariamente di parole.

Poichè la voce è suono, prima che parola.

E qui si apre un altro mondo di suggestioni.

Intanto di quello che la macchina patriarcale -che tiene in vita le stanze del palazzo del re- ha fatto del suono e della parola; del vocalico e del semantico.

Scrive Cavarero: “...Secondo la tradizione, il canto si addice alla donna ben più che all'uomo, soprattutto perchè tocca a lei rappresentare la sfera del corpo in quanto opposta a quella ben più importante dello spirito. Sintomaticamente l'ordine simbolico patriarcale che identifica il maschile con il razionale e il femminile con il corporeo, è lo stesso che privilegia il semantico rispetto al vocalico. Detto altrimenti, anche la tradizione androcentrica sa che la voce viene dalla “vibrazione

di una gola di carne” e, proprio perchè lo sa, la cataloga nella sfera corporea – secondaria, caduca e inessenziale – riservata alle donne. Femminilizzati per principio, l'aspetto vocalico della parola e, tanto più, il canto compaiono come elementi antagonisti di una sfera razionale maschile che si incentra, invece, sull'elemento semantico. Per dirla con una formula: la donna canta, l'uomo pensa.”

E, aggiungiamo, nel logocentrismo patriarcale la donna che canta, canta per sedurre (che il vocabolario ci dice: distogliere dal bene con lusinghe e allettamenti, traviare) e distruggere (il canto delle sirene).

Ma qui siamo fuori dal palazzo, i suoi canoni e le sue leggi sono inutili; la voce che canta ha invece una funzione rivelatrice. Anzi, più che rivelare essa comunica.

Ciò che comunica è l'unicità vera , vitale e percepibile di chi la emette. Non si tratta perciò di una comunicazione chiusa nel circuito fra la propria voce e il proprio orecchio, bensì di un comunicarsi nell'unicità che è, al tempo stesso, una relazione a un'altra unicità.

Questa è una chiave fondamentale per aprir/si all'altr* e ai fluidi sonori che investono / trafiggono /attraversano.

Allora il suono è ontologico, il suono racconta di chi lo emette, della persona, del sesso, dell'essere, del mondo, della natura, della biosfera.

Il canto armonico di cui Sainkho si fa interprete è la via della natura per comunicare con gli altri esseri.

Il logocentrismo patriarcale è sordo, il linguaggio del potere, della politica, non ha orecchi per questo; si sente e si vede nel disastro ambientale del nostro intorno; il re del racconto di Calvino è assordato dai clangori delle sue tecnologie di guerra, dai suoni sinistri del suo palazzo.

Mentre fuori la vita vibra dalle sue più infinitesimali strutture, dal farsi delle proteine (**), al costruirsi dei corpi, degli esseri e della loro unicità.

La donna che canta coglie la diversità, regala la sua, la mette in comunicazione nella rete di relazioni e di suoni, poiché “La Voce canta dal tempo prima della legge, prima che il Simbolico porti via il respiro e lo catturi entro il linguaggio sotto la sua autorità di separazione”. (***)

(*) Adriana Cavarero “A più voci – Filosofia dell'espressione vocale”, Milano Feltrinelli 2003

(**) https://auralcrave.com/2018/03/29/la-musica-alla-base-della-vita-i-suoni-nascosti-emessi-dal-nostro-corpo/

(***) Hèlène Cixous in Cavarero, op. cit. pg. 154

26-27-28 aprile workshop di canto con Sainkho Namtchylak presso Ecovillaggio Progetto Gaia Terra Flambruzzo (Rivignano -Teor), Via F. Petrarca, 45;

in collaborazione con

Creative Voice Lab – Ad Alta Voce

FB: ZUEllis Elisa Ulian

Spazio Sociale Tai-Gjai /Tepee Tal Parco

FB: tepee.talparco

è un’esigenza di ritorno alle origini perdute       

al tempo della voce senza parola

voce che richiama una risonanza illimitata a monte di se stessa

è un interrogativo sui cominciamenti

Sainkho Namtchylak

E’ una cantante della Repubblica di Tuva (Repubblica autonoma dell’attuale Federazione Russa, una bioregione della Siberia centro-meridionale, ai confini con la Mongolia), che ci proporrà un works. attraverso il quale ci condurrà in un percorso a ritroso, tra le varie tecniche di canto               

armonico, di suoni primordiali, ancestrali, considerati, da alcuni studiosi “fra i primi suoni oltre quelli della natura”. Canto armonico, voce delle steppe, suoni del vento, versi degli animali, voci di donne, moti di libertà e di liberazione … like a bird.

 

Sainkho è un caso abbastanza unico nel panorama musicale internazionale. Sfidando le convenzioni tradizionali, che a Tuva non incoraggiano le donne allo studio del canto armonico, ha appreso questa tecnica, l’ha sviluppata e fatta conoscere al mondo.

 

Sainkho, che oggi vive a Vienna, e' nata in un villaggio della Siberia meridionale; padre e madre insegnanti e nonni nomadi. Dopo aver completato a Mosca una formazione musicale classica cominciata al conservatorio della sua citta', l'ha arricchita con studi sulle tradizioni siberiane, sciamaniche e lamaiste. Ha raccolto i primi successi con il Tuvan Folk Ensemble, poi, con il suo accompagnatore Ghera Popov, ha cominciato a portare fuori dei confini russi canzoni raccolte sotto il titolo "Out of Tuva". Un complesso inestricabile di elementi tradizionali etnici fusi con gli stili moderni piu' disparati.

 

Tutta intessuta di luce, di spazi, di tempo, la voce della siberiana Sainkho Namtchylak, ha caratteristiche timbriche che la rendono unica. Limpida come acqua di sorgente, spazia dai suoni acuti a quelli piu' gravi con un'estensione prodigiosa, acquista singolare intensita' per improvvisi cambiamenti di vibrazioni, alterna trasparenze a toni densi e scuri e con un effetto sbalorditivo, si effonde con una doppia emissione di toni uniti fra loro da un legame armonico. La performance di quest'artista, che solitamente si accompagna a strumenti tradizionali della sua terra (tabla, duduk, violino piccolo, scacciapensieri), a contrabbasso, fino alle piu' sofisticate tecnologie (synth, drum machine) e' un intreccio di tradizione e modernita', un viaggio che attingendo alle radici musicali popolari siberiane e mongoliche attraversa sonorita' di ieri e di oggi.

 

"Ai giovani indirizzo suoni cosi' remoti - precisa la cantante - per fare capire che non ci sono incompatibilita' nella musica, che esistono anche altre sonorita' oltre a quelle assordanti che li investono di solito, per ricordare che la musica puo' portare armonia e unita' e per provare che il passato si puo' innestare nel futuro".


La sua voce sobbalza di continuo, gioca con le improvvisazioni, passa da armonie celestiali ad asprezze stridule, esce dal naso, dalla gola, dalle viscere. Eppure sostiene il suono con equilibri arditissimi. Ma come si arriva a queste acrobazie tonali? "Ci vuole studio e molta forza. Si impara e si puo' insegnare".

Liberamente tratto da "Sainkho - Dalla Siberia con passione" - di Mirella Caveggia

 

 

Sainkho Namtchylak, artista di rango mondiale, originaria proprio delle steppe di Tuva, dai cui pastori-sciamani ha appreso l’arte del canto diplofonico, specialità nella quale eccelleva anche Demetrio Stratos, il bassista degli Area, e che Sainkho ha sviluppato, evolvendone l’applicazione nel campo della musica contemporanea sperimentale. Più volte esibitasi in Italia, dove ha studiato a fondo il canto gregoriano, la Namtchylak nei suoi concerti si fa ambasciatrice della sua terra: basta ascoltarla una volta, per intuire l’intensa profondità delle ragioni dei suoi connazionali, i “No-Tav” della Siberia meridionale.

http://www.libreidee.org/2009/09/pastori-sciamani-di-tuva-i-no-tav-della-siberia/?fbclid=IwAR1lRY1s4PxENPuALQ6IKM3ScnqSFDvIGlgyozGVCYfmVENuqHjiqail-P4

Laetitia Ky...L'unica cosa che voglio davvero esprimere è la bellezza di essere differente...

                                                                               Ernesto Paulin:    Veleggiando verso una nuova  preistoria

3 maggio 2018 video dell'incontro

ECOFEMMINISMO: DEMOLIRE IL PATRIARCATO NELL’EPOCA DELLA CRISI AMBIENTALE GLOBALE

Marinella Bragagnini  attivista del Gruppo per l’Ecologia Sociale

Il patriarcato è quel sistema sociale nel quale il genere maschile esercita potere, proprietà, privilegio, dominio su ciò che è diverso da sé e si tutti quei soggetti che non si conformano alla sua attività morale. è anche il sistema che è responsabile di un’epistemologia, una scienza ed una tecnologia, cioè ad un sistema di interpretazione-manipolazione della natura che oggi ci lascia, per esaurimento delle risorse, estinzione delle risorse, estinzione della specie e cambiamento climatico, sull’orlo dell’abisso. L’Ecofemminismo come chiave interpretativa e “manuale” per fare la cosa giusta.

 Magnifica  materia

sul libro di Karen Barad: "Performatività della natura - quanto e queer"

Tratto da Archivio Antropologico

Mediterraneo.

Qual è la dimensione del nulla? Quante sono le realtà? Quante im/possibilità di esistenza si sperimentano? Possiamo sondare la natura del queer?

E il queer della/nella Natura? Possiamo agire l’infinito? Quanto e come la fisica quantistica ha a che fare con la responsabilità?

In Performatività della natura Karen Barad utilizza il linguaggio della fisica quantistica, i suoi concetti, le sue suggestioni e le ripercussioni pratiche che esso ha, non per circoscrivere lo spazio, sancendo i confini invalicabili di un mondo epistemologico ed ontologico (ma anche etico e politico) chiuso, ma per farne metafora interrogante del mondo e nel mondo. Un mondo trattato nella sua complessità diffratta, in cui i concetti di intra-azione, entanglement, materia, agentività, performatività, causalità e accountability si intrecciano con questioni identitarie (per soggetti “umani” e “non umani”), con istanze connesse alla de/costruzione dei confini (tra soggetto e oggetto, natura e cultura, umano e non umano), alla giustizia e alla responsabilità, poiché la fisica, ci suggerisce la stessa Barad «è straordinariamente capace di decostruirsi» (p. 143). E di decostruire.

Adottando quello che lei stessa definisce un approccio post-umano alla materia, Karen Barad queerizza il mondo/i mondi, partendo dalla constatazione della natura queer della natura stessa, fin nel suo (e nostro) livello infinitesimale, fino al cuore subatomico di cui è composta l’intera “trama” dell’Universo. Come un’ameba metamorfica, Barad attraversa – fino a sfilacciarli – i confini tra le “discipline”, descrivendo le pratiche, inscindibilmente materiali e discorsive, tramite cui conoscenza (l’“oggetto”) e conoscente (il “soggetto”) si costruiscono/definiscono a vicenda. E ci riesce, facendo ‘intra-agire’ mondi, sovrapponendo sfumature, aprendo all’im/possibile.

Composto da quattro saggi, necessariamente – per questioni tipografiche ed editoriali – collocati in sequenza, il libro, nella sua stessa struttura, può essere letto come un fenomeno intra-attivo in cui la linearità, tipica dell’onto-epistemologia classica, viene criticizzata, dissolta, “curvata”. Non vi è necessaria successione, se non quella cronologica (ma anche sulla nozione di tempo Barad avrebbe da ridire, e lo fa, effettivamente, in Natura e performatività queer) tra un contributo e l’altro, nessuna forzata linearità, nessun ordine crescente di complessificazione, o, sarebbe meglio dire, di complicazione. Perché Barad complessifica la scrittura e il pensiero, obbligando noi che leggiamo a uno sforzo che non è solo, o tanto, interpretativo, ma che chiede di decostruire le stesse strutture ermeneutico-cognitive con cui guardiamo al, e ci muoviamo nel, mondo. Partendo dalla constatazione, tanto semplice quanto radicale, che noi siamo del mondo.

Attraverso un linguaggio consapevole della propria limitatezza, l’autrice propone un’etico-onto-epistemologia che scioglie i confini imposti dal binarismo normante e normalizzante. Le polarizzazioni dicotomico-gerarchiche tra esterno/interno, micro/macro, natura/cultura, umano/non umano scompaiono, sembra suggerire Barad, se si legge e vive il mondo/i mondi adottando la prospettiva della fisica quantistica, alla cui base troviamo un’intrinseca indeterminatezza ontologica. Non indifferenza, ma differenziazione ontologica costitutiva di tutte le entità del e nel mondo, dalle placide balene sino al pulviscolo atmosferico. L’antropocentrismo si trova così a dover fare i conti con se stesso e con la sua artificiosità. Riposizionando gli esseri umani nel mondo e nella natura, e sondando le pratiche material-discorsive di costruzione e reificazione dei confini con il “non umano”, Barad apre la strada a un ripensamento dell’identità stessa e delle sue modalità performative di costruzione.

Non più entità/soggetti che pre-esistono, elementi esterni a un mondo in cui poi, successivamente, entrano e interagiscono, ma divenire iterato e diffratto/differenziante di “entità” che accadono nel loro stesso intra-agire, connesse l’una all’altra, reciprocamente emergenti. Accadimenti locali e localizzati nella/della materia, nello spazio e nel tempo. Accadimenti, identità e divenire post-umani, poiché «persino le più piccole briciole di materia sono una moltitudine enorme. Ciascuna “entità” è costituita da tutte le possibili storie di intra-azioni virtuali con tutti gli Altri. L’indeterminazione è un dis/farsi di identità che scompagina le fondamenta stesse del non/essere» (p. 102).

L’indeterminazione ontologica è, quindi, per Barad, apertura radicale, infinità di possibilità, immanenza dell’infinito, «tensione desiderante verso l’essere / e il divenire» (p. 100). Ed è qui che il queer emerge e si diffrange, pratica materiale e discorsiva, performance non più citazionale (e qui Barad recupera ed estende “oltre l’umano” il pensiero di Judith Butler) che coinvolge tutte le soggettività, “umane” e “non umane”. Partendo dagli atomi, queer per loro stessa natura, l’autrice passa in rassegna la queerness di quelle che lei stessa definisce “creaturine queer” (fulmini, dinoflagellati, neurorecettori delle pastinache), per giungere infine agli animali umani e non umani, e alla Natura, queer per sua stessa natura.

Queerizzando la queerness stessa, trattandola come un incatalogabile «organismo vivacemente mutevole, una radicale apertura desiderante, una molteplicità audacemente proteiforme e differenziante» (p. 112), Barad mette in luce come l’intero Universo sia (composto da) una sconfinata moltitudine queer. Suggerendo, tra le righe, come l’infinita differenziazione queer possa essere l’architettura flessibile e im/possibile di cui è costituito il mondo/i mondi.

Performatività della natura è dunque un’iterata pratica material-discorsiva intra-agente di decostruzione e queerizzazione dei confini, di tutti i confini. Il loro scioglimento non si risolve però in nichilismo o in sfrenato relativismo, ma, al contrario, esso ha ineludibili conseguenze identitarie, socio-politiche ed etiche. Poiché, secondo l’approccio realista agenziale di Karen Barad, la differenziazione ha a che fare con la responsabilità; perché il differenziare – pratica co-esistente/entangled all’intra-azione – non significa solamente separare, ma, anche, assemblare; due azioni parte di uno stesso movimento: congiungere-disgiungere. Differenziare è una questione di entanglement, non un intreccio di entità separate, ma «irriducibili relazioni di responsabilità. Non c’è una linea fissa di demarcazione tra “sé” e “altro”, “passato”, “presente” e “futuro, “qui” e “ora”, “causa” ed “effetto”» (p. 144). Il differenziare si risolve dunque in un “tenersi assieme”, senza perdersi l’uno/a nell’altro/a, senza dimenticarsi, ma – al contrario – riconoscendo, senza cancellarla, l’eterogeneità altrui. Che è anche la propria. Assumendosene così la responsabilità, innanzitutto di creare tempi e spazi perché le alterità possano rispondere, perché possano rendersi visibili, perché possano dirsi e rendersi accountable, raccontabili, narrabili.

Performatività della natura è dunque un libro complesso e animato, che pullula di tracce aggrovigliate di alterità, eterogeneità non ridotte all’identico, congiunzioni/disgiunzioni di soggetti/materia legati/connessi l’uno all’altro, a chi/cosa è stato, è e sarà. Legami sedimentati nella memoria del mondo, ri-membranze intessute nella carne della/e realtà, immanenza dell’infinito, divenire del desiderio, im/possibilità di apertura. Sconfinamenti. Un libro che non dà risposte univoche, quanto, piuttosto, si caratterizza per la sua capacità interrogante. Senza quasi lasciare scampo a noi che leggiamo e che, mentre lo facciamo, intra-agiamo con il testo stesso. Soggetti entangled, noi e il libro. Differenti e diffratti nel/dal nostro stesso intra-agire. Legati, connessi, in/determinati, imbricati «in un dinamismo senza fine» (p. 97). E dopo tutto ciò, dopo tutto questo percorso di dissoluzione, congiunzione, diffrazione e relazione nulla/nessuno sarà più come “prima”.

Alessia Santambrogio, « Karen Barad, Performatività della natura. Quanto e queer », Archivio antropologico mediterraneo [Online], Anno XXI, n. 20 (1) | 2018, online dal 30 juin 2018, consultato il 11 avril 2019. URL : http://journals.openedition.org/aam/321

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